Lo stabilimento Florio

Il più importante e moderno stabilimento industriale del Mediterraneo per la lavorazione del tonno, costruito nella seconda metà dell’800 per iniziativa del senatore Ignazio Florio considerata la più prestigiosa dinastia di borghesi imprenditori siciliani nei settori commerciale, industriale e finanziario, lungo tutto il secolo XIX.

L’andamento della produttività delle tonnare delle Egadi, la creazione di un insediamento abitativo a Favignana sin dal XVII secolo, la progressiva formazione, generazione dopo generazione, di una cospicua forza lavoro “specializzata” (raisi, sottopadroni, faratici, muxiari, semplici tonnaroti), in grado di assicurare lo svolgimento del ciclo produttivo, dalla cattura dei grandi cetacei alla lavorazione del pescato, la forte concorrenza interna e internazionale per il controllo dei principali siti di pesca del Mediterraneo, rappresentano solo alcuni dei temi da considerare nella ricostruzione delle origini e della storia del grandioso complesso industriale.

L’acquisto delle isole (tonnare incluse), nel 1874, dai proprietari genovesi Pallavicini, al prezzo convenuto in contratto di 2.750.000 lire, non fu indotto da megalomania, né dettato da esigenze di status simbol del senatore, bensì rappresentò un traguardo nella strategia familiare ottocentesca. La gestione in gabella di diversi impianti di pesca siciliani – Vergine Maria, Arenella, Isola delle Femmine, Marzamemi, Favignana e Formica – era stata sperimentata ripetutamente in passato, con alterne fortune, sia dal padre che dallo zio di Ignazio Florio. Tuttavia, rispetto all’esperimento di

semplice conduzione in affitto delle tonnare delle Egadi compiuto dal padre, don Vincenzo, nel periodo 1841-59, è innegabile che il salto di qualità del 1874 sia stato rilevante sotto ogni profilo.

Il primo nucleo dello Stabilimento, il cosiddetto edificio “Torino” era stato costruito sul versante opposto a quello sul quale sorgevano gli antichi edifici (marfaraggio), per iniziativa del gabelloto genovese Giulio Drago che, dal 1860, aveva preso in esercizio gli impianti, dopo la rinuncia di Vincenzo Florio. Era già nelle intenzioni del Drago trasferire le attività più propriamente industriali in un’area lontana dal centro abitato, in nuovi locali per il confezionamento del tonno in barili sotto sale e in scatole di latta sott’olio.

Ignazio Florio, nuovo proprietario delle Egadi, coinvolgendo l'architetto Giuseppe Damiani Almeyda, fece aggiungere a quel corpo di fabbrica, i grandiosi magazzini, le sale di confezionamento del pescato e le strutture di servizio per tutti gli addetti, oltre ad una vasta area aperta – denominata camposanto – destinata all’essiccazione delle teste dei tonni, per ricavarne olio per uso industriale.

La gestione dello Stabilimento è stata affidata a Gaetano Caruso, il più valido degli amministratori del senatore: «…egli è il direttore, l’organizzatore, il creatore dello stabilimento, […] non è un semplice amministratore, che si limita ad impiegare le cure di un buon padre di famiglia per regolare andamento della cosa amministrata […] e sospinto da una passione ardente per lo sviluppo di una industria, che può dirsi sua creazione, egli ne studia con amore indefesso l’organismo, così nei suoi più minuti dettagli come nel suo complesso, ne perfeziona i congegni, ne invigila con instancabile alacrità tutti i movimenti, moltiplicandosi, presenziando tutto, perché rinvigorito dalla potenza della sua ferrea volontà».

I Florio riuscirono a realizzare una nuova e moderna realtà produttiva, riuscendo ad organizzare un ciclo lavorativo che coinvolgeva alcune centinaia di addetti: «Buttati i pesci dalla barca nell’acqua della spiaggia, vengono immediatamente uncinati in un occhio, legati con corda alla coda, tirati nello sbarcatoio e disposti in tre ordini simmetrici. Appena formata la prima fila, sei operai con un’accetta fanno in un attimo quattro tagli: uno per tagliare la testa, la quale vien subito portata via, due trasversali ed uno longitudinale per estrarre le interiora, le quali da un altro operaio, che accorre istantaneamente con un mastello, vengono portate in apposito locale. Appena sventrato il pesce, vien posto sulle robuste spalle di un uomo, il quale lo trasporta in magazzini dal tetto basso da cui pendono innumerevoli corde, alle quali i tonni vengono appiccati per la coda, perché ne possa colare il sangue per parecchie ore. […] Una serie di magazzini è destinata al riempimento delle scatole ed alla conservazione dei prodotti. L’intero stabilimento è illuminato a gas, la cui forza motrice viene utilizzata per estrarre l’acqua da un pozzo e per altri usi» (da La Settimana commerciale e industriale, 1892). Il tonno tagliato a pezzi veniva cotto in 24 grandi caldaie e, successivamente, posto ad

asciugare in ceste di ferro collocate in magazzini ben ventilati. In un altro ampio locale si effettuava la lavorazione delle latte, mediante utilizzo di macchine e saldatrici. All'Esposizione del 1891-92, Casa Florio, nel proprio padiglione dedicato alla pesca del tonno, presentò tarantello e ventresca nelle innovative scatolette di latta con apertura a chiave, dando con le loro azioni un rinnovato impulso alla pesca ed alla commercializzazione dei prodotti di tonnara nel mondo., ottenendo successo in termini di immagine e di profitto.

Ma molto spesso le grandi epopee imprenditoriali vengono travolte da eventi che ne determinano il declino. Verso la fine degli anni trenta, l'azienda e lo stabilimento passa di proprietà all'IRI, poi nelle mani della famiglia genovese dei Parodi, ed infine nel 1991 l'intera struttura viene acquisita dalla Regione Sicilia che grazie ai lavori della Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali, nel 2010 consegnano uno splendido esemplare di archeologia industriale.

E anche quando, nei primi decenni del ‘900, le sorti di quello che era stato il più importante gruppo industriale e finanziario siciliano apparivano segnate, lo Stabilimento Florio, pienamente attivo e produttivo, sopravvisse al fallimento della dinastia imprenditoriale, passando, a fine anni trenta, prima nel novero delle aziende di proprietà dell’IRI, poi nelle mani degli industriali genovesi Parodi e da questi, infine, alla Regione Siciliana.

L'ex Stabilimento oggi

32.000 mq la superficie complessiva, di cui oltre tre quarti di superfici coperte, una serie di corti attorno alle quali si articolano e distribuiscono spazi e ambienti diversi per dimensioni e destinazioni d’uso: uffici, magazzini, falegnameria, officine, spogliatoio per gli uomini e spogliatoio per le donne, magazzino militare, stiva, galleria delle macchine, trizzana e malfaraggio (per il ricovero delle barche), locali a servizio della lunga batteria di forni per la cottura del tonno e, svettanti su tutto, tre alte ciminiere.

Ex magazzini confezionamento, Antiquarium.

E' presente una collezione archeologica che comprende principalmente anfore di varia epoca (greco-romana e punica) provenienti dal mare delle Egadi. Sono esposti anche ceppi di ancore greco-romane e puniche in piombo tra cui ne ricordiamo uno, del tipo mobile (cioè smontabile) che reca su un braccio in rilievo l’iscrizione in greco EUPLOIA che significa “Buona navigazione” e che simbolicamente proteggeva l’imbarcazione da possibili disastri. Si segnalano i reperti particolari come una fiasca in peltro del XIV secolo rinvenuta nelle acque del Bue Marino a Favignana che conteneva ancora il vino originale. Tra i reperti più interessanti spicca un esemplare rarissimo di

rostro bronzeo recuperato nelle acquea a Nord-Ovest di Levanzo. Si tratta dell’arma letale che gli antichi usavano per colpire le navi nemiche e che ebbe un ruolo determinante nella vittoria romana il 10 marzo del 241 a.C. quando nel mare di Levanzo cessò la prima guerra punica con i Romani vittoriosi sulla flotta cartaginese.

Ex stiva, “Torino”, video-installazione

La video-installazione “Torino”, nasce da un progetto di raccolta di testimonianze orali presentate in forma visiva, condotto tra un gruppo di anziani operai dello stabilimento Florio di Favignana. L’installazione abitata da 18 autori-protagonisti e altrettante pratiche narrative (conversazioni, discorsi, rappresentazioni) è un’opera tesa a costruire uno spazio entro cui è possibile esplorare dei mondi d’esperienza narrati su celluloide digitale. Microcosmi di pochi secondi che hanno lo spessore semantico di precise memorie. Intensi primi piani, visi tesi, mezzi sorrisi, sguardi.

Ex magazzino della trizzana/ex spogliatoio donne

Mostra permanente di fotografie d’autore della collezione dell’ex Stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica. Fotografie di René Burri, Leonard Freed, Herbert List, Sebastião Salgado, Ferdinando Scianna.

Negli ex magazzini della trizzana è allestita la prima sezione della mostra permanente dedicata a Herbert List. La collezione comprende l’intero reportage fotografico composto da 35 stampe fotografiche moderne in bianco nero curate dall’Estate List, realizzato da Herbert List, a Favignana nel 1951, durante la campagna di pesca della mattanza e della lavorazione dei tonni. Le immagini sono inoltre corredate da un testo narrativo scritto da List durante la sua permanenza a Favignana. Nell’ex spogliatoio delle donne è allestita la seconda sezione della mostra permanente comprendente le opere fotografiche in bianco nero di Sebastião Salgado, della serie Workers, realizzate a Favignana agli inizi anni novanta, di René Burri che ritraggono la tonnara negli anni Cinquanta, le opere degli anni Settanta di Leonard Freed e quelle a colori degli anni Ottanta di Ferdinando Scianna.

Ex magazzini del carbone, “The death room”, video-installazione

All’interno degli ex magazzini del carbone si sviluppa la video installazione “The death room”, una sequenza di schermi di grande formato in tulle a maglia larga, che prende spunto, come citazione, dallo schema della camera della morte. Su questi schermi vengono proiettate in loop immagini

subacquee di branchi di tonni in attesa del loro destino che si ripete nei secoli e di cui adesso ne resta solo la memoria. Di riverbo, dalla superficie, arrivano in lontananza i canti ritmici, le cialome, le nenie dei tonnaroti già pronti ad alzare le reti.

Ex Magazzini del sale. La pesca del tonno 1924-31

Un documentario inedito girato tra il 1924 e il 1931 dall’allora Istituto Nazionale Luce, capace di aver messo a fuoco cultura materiale (cicli produttivi) e immateriale della pesca del tonno (pratiche incorporate e saperi pratici). Documento poetico dell’era del muto e sonorità contemporanee di Gianni Gebbia, provocano insieme un estraniamento che gioca per dissonanza.